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Epicondilalgia laterale, non è un'infiammazione ma una vera e propria degenerazione del tessuto

11 minuti fa
Tempo di lettura: 2 min

di Giorgia Galliani*


L'approccio clinico all'epicondilalgia laterale - storicamente etichettata come epicondilite - ha vissuto una profonda e radicale rivoluzione concettuale. Per decenni, la gestione di questa condizione è stata condizionata dal suffisso ite, che presupponeva un processo puramente infiammatorio acuto a carico dell'inserzione tendinea e giustificava l'impiego di riposo assoluto, FANS e corticosteroidi. La svolta decisiva è arrivata dalle indagini istologiche sui reperti chirurgici, le quali hanno smentito tale paradigma biomedico dimostrando la totale assenza di cellule infiammatorie primarie. Si è così compreso che non si tratta di un'infiammazione, bensì di una degenerazione del tessuto (tendinosi): le fibre di collagene perdono la loro organizzazione ordinata e il tendine sviluppa vasi sanguigni anomali e dolorosi.


Alla luce di questa scoperta, quando il paziente si presenta con un dolore forte e acuto, l'obiettivo non è più spegnere un'infiammazione che non esiste, ma calmare il dolore e risvegliare il metabolismo del tendine senza rischiare di danneggiarlo ulteriormente con movimenti bruschi. In questa fase iniziale, le terapie strumentali (come le onde d'urto o la laserterapia ad alta intensità) aiutano a preparare il terreno: sfruttando stimoli fisici profondi, riducono la sensibilità dei nervi, spengono il dolore e creano una finestra temporale favorevole per iniziare il movimento. Insieme a queste, per gestire il dolore acuto si utilizzano tecniche molto efficaci:

  • Le contrazioni isometriche pesanti: ovvero mantenere una contrazione muscolare senza muovere l'articolazione. Questo sforzo statico inganna il sistema nervoso centrale, spegnendo rapidamente il dolore e restituendo subito forza e stabilità alla presa della mano.

  • Il Blood Flow Restriction (BFR): una tecnica che consiste nell'applicare una speciale fascia sul braccio per ridurre temporaneamente l'afflusso di sangue venoso. In questo modo, facendo esercizi con pesi piccolissimi, il corpo riceve comunque i segnali chimici per stimolare la riparazione dei tessuti, senza sottoporre il tendine a sforzi eccessivi.

Superata la fase più acuta, il vero fulcro della riabilitazione diventa il Load Management (la gestione intelligente del carico). Questo significa abbandonare il vecchio consiglio del riposo assoluto ed esporre gradualmente il tendine a sforzi misurati, seguendo un modello a semaforo e controllando sempre che il fastidio rientri entro ventiquattro ore.


La ripresa vera e propria della struttura del tendine avviene grazie a esercizi specifici e controllati, come l'Heavy Slow Resistance (HSR) - esercizi di forza eseguiti molto lentamente - e il Tyler Twist (un esercizio basato sul sovraccarico eccentrico con una speciale barra flessibile). Questi movimenti stimolano le cellule del tendine a produrre nuovo collagene sano, a riallinearlo nella giusta direzione e ad aumentare la capacità del braccio di sopportare i carichi di tutti i giorni, portando a una guarigione solida e duratura.


*Fisioterapista

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