Rischio cardiovascolare, perché prevenire significa proteggere il futuro

di Eugenio Aceto*
Il rischio cardiovascolare è uno dei temi più importanti della medicina preventiva. Infarto, ictus e malattia aterosclerotica non compaiono all’improvviso: spesso si sviluppano lentamente, per anni, in presenza di fattori di rischio che possono essere riconosciuti e trattati in tempo. La prevenzione cardiovascolare, quindi, non riguarda solo chi ha già avuto un evento. Riguarda anche chi presenta pressione alta, colesterolo elevato, diabete, fumo, sovrappeso, sedentarietà o una storia familiare di malattia cardiovascolare precoce. Le linee guida più recenti della Società europea di cardiologia (ESC) confermano che intervenire presto, in modo personalizzato, è la strategia più efficace per ridurre eventi e mortalità.
Il rischio non si valuta con un solo numero Quando si parla di rischio cardiovascolare, non basta guardare un singolo esame del sangue o un solo valore di pressione. Il rischio reale nasce dalla somma di più elementi: età, sesso, pressione arteriosa, colesterolo, diabete, fumo, peso corporeo, familiarità e presenza di altre malattie. Per questo oggi si usa un approccio globale. Strumenti come SCORE2 e SCORE2-OP aiutano il medico a stimare il rischio di eventi cardiovascolari nei successivi anni e a decidere quanto intensamente intervenire. Questo passaggio è fondamentale, perché non tutte le persone hanno lo stesso rischio e non tutte hanno bisogno della stessa intensità di trattamento.
I principali fattori di rischio
I fattori di rischio cardiovascolare più noti sono quelli che il clinico incontra ogni giorno:
pressione arteriosa elevata;
colesterolo LDL alto;
diabete;
fumo;
sovrappeso e obesità;
sedentarietà;
alimentazione squilibrata.
A questi si aggiungono elementi spesso meno considerati, ma importanti, come disturbi del sonno, stress cronico, ansia, depressione, malattia renale cronica e alcune condizioni infiammatorie. Anche questi fattori contribuiscono ad aumentare il rischio nel tempo. La buona notizia è che molti di questi elementi sono modificabili. Ed è proprio qui che la prevenzione diventa davvero efficace.
Lo stile di vita resta la base
La prima forma di prevenzione cardiovascolare è sempre lo stile di vita. Non si tratta di seguire regole rigide o cambiamenti impossibili, ma di costruire abitudini realistiche e sostenibili. L’alimentazione più raccomandata è quella di tipo mediterraneo: più verdura, frutta, legumi, cereali integrali, pesce e grassi di buona qualità; meno sale, zuccheri, grassi saturi e alimenti ultraprocessati. Questo modello alimentare aiuta a controllare peso, pressione, glicemia e colesterolo.
L’attività fisica è essenziale. Muoversi con regolarità migliora il metabolismo, abbassa la pressione arteriosa, favorisce il controllo del peso e riduce il rischio cardiovascolare complessivo. Bastano anche interventi semplici e costanti, come camminare ogni giorno, usare le scale, ridurre il tempo trascorso seduti e svolgere esercizi di forza in modo regolare.
Smettere di fumare. Un altro punto centrale è smettere di fumare. Il tabacco è uno dei fattori di rischio più potenti e interromperne l’esposizione riduce rapidamente il rischio di malattia cardiovascolare.
Quando servono i farmaci
In molti casi lo stile di vita non basta da solo a riportare il rischio a un livello accettabile. È allora che entra in gioco la terapia farmacologica. Il bersaglio principale nella prevenzione aterosclerotica è il colesterolo LDL, perché il suo legame con il rischio cardiovascolare è molto stretto. Le linee guida ESC confermano che la terapia di prima scelta resta la statina. Se non si raggiungono gli obiettivi previsti, si può associare ezetimibe;
nei pazienti che restano lontani dal target, o in quelli ad altissimo rischio, possono essere indicati anche gli inibitori di PCSK9. Tra le opzioni più recenti, l’acido bempedoico ha un ruolo importante in pazienti selezionati, soprattutto quando le statine non sono tollerate bene oppure non sono sufficienti a raggiungere il target di LDL. Si tratta di un’opzione utile nell’armamentario terapeutico moderno, da valutare sempre nel contesto del singolo paziente.
La scelta del trattamento, in ogni caso, deve essere personalizzata. L’obiettivo non è dare un farmaco in più, ma ridurre concretamente il rischio futuro.
Pressione e diabete vanno controllati insieme
La pressione arteriosa elevata è uno dei principali fattori di rischio cardiovascolare modificabili. Quando lo stile di vita non basta, è spesso necessario iniziare una terapia antipertensiva. Oggi si preferiscono, quando possibile, combinazioni in singola compressa, perché semplificano la cura e migliorano l’aderenza nel tempo. Nel diabete, il controllo del rischio cardiovascolare deve essere ancora più attento. Non basta guardare la glicemia: vanno considerati anche pressione, lipidi, peso, funzione renale e abitudine al fumo. In alcuni pazienti, oltre ai farmaci per il controllo metabolico, sono indicati trattamenti che offrono anche un vantaggio cardiovascolare. Questo approccio integrato è ormai essenziale, perché diabete e malattia cardiovascolare sono strettamente collegati.
Dopo un evento, la prevenzione diventa ancora più importante
Dopo un infarto, un ictus o un altro evento cardiovascolare, il rischio di nuovi episodi rimane elevato. Per questo la prevenzione secondaria è una fase cruciale della cura. In questa situazione servono obiettivi più stringenti, controlli più ravvicinati e un lavoro continuo su più fronti: terapia farmacologica, aderenza, riabilitazione cardiovascolare, attività fisica, alimentazione, stop al fumo e controllo dei fattori di rischio residui. La prevenzione secondaria non è solo una somma di prescrizioni. È un percorso che aiuta la persona a recuperare sicurezza, autonomia e qualità di vita.
La prevenzione funziona se è continua
Un messaggio importante delle più recenti linee guida ESC è che la prevenzione cardiovascolare non deve essere episodica. Funziona quando è precoce, costante e personalizzata.
Questo significa:
valutare il rischio in modo corretto;
intervenire sui fattori modificabili;
usare i farmaci quando servono;
controllare nel tempo la risposta al trattamento;
accompagnare la persona nei cambiamenti di stile di vita.
La domanda giusta non è soltanto quale terapia iniziare, ma quale combinazione di interventi possa ridurre davvero il rischio di quella persona, in quel momento della sua vita.
*Medico specialista in Medicina interna
Bibliografia essenziale
1. Visseren FLJ, Mach F, Smulders YM, et al. 2021 ESC Guidelines on cardiovascular
disease prevention in clinical practice. European Heart Journal. 2021;42(34):3227-3337.
doi:10.1093/eurheartj/ehab484.
2. Mach F, Baigent C, Catapano AL, et al. 2025 Focused Update of the 2019 ESC/EAS
Guidelines for the management of dyslipidaemias. European Heart Journal. 2025.